(Don’t) lie to me

Nel 2005 uscì in America il secondo libro di Malcolm Gladwell, saggista e giornalista del New Yorker.

S'intitolava “Blink”, ed era dedicato allo studio della capacità di alcune persone di captare inconsciamente certe verità da segni subliminali che altri non sono in grado di percepire, trascinare queste percezioni a livello conscio e, ove sia possibile, analizzarle razionalmente.

Malcolm Gladwell

Malcolm Gladwell

Fu così che mi capitò di scoprire l'esistenza di uno psicologo e ricercatore universitario, Paul Ekman, che aveva dedicato i suoi studi al linguaggio non verbale del corpo. Allievo di un altro psicologo, Silvan Tomkins – che per primo si occupò con passione, presso le università di Princeton e Rutger, di questo tema – Ekman costituì un team di ricerca con Wallace Friesen e per decenni si occupò – in particolare – dello studio della mimica facciale, sviluppando un sistema di analisi delle espressioni della faccia noto come Facial Action Coding System (F.A.C.S.).

Le sue ricerche, nonché le sue capacità personali di riconoscere e distinguere espressioni del viso incontrollate e incontrollabili da quelle “costruite”, lo ha reso così famoso da catturare l'attenzione dei produttori e sceneggiatori delle fiction TV. A lui é dedicata la serie “Lie To Me” con Tim Roth. In inglese suona come una sfida: prova a mentirmi (se ci riesci).

Paul Ekman

Paul Ekman

Ma i suoi studi hanno avuto implicazioni ben più ampie di quanto egli stesso non si aspettasse. Per esempio, si é sempre stati abituati a pensare che il volto sia la “lavagna” su cui si disegnano le emozioni che proviamo. Il viso, con la sua mimica, é in grado di iniziare un percorso di verso contrario. Assumendo un'espressione, possiamo provocare un'emozione. Lo stesso accade per gli atteggiamenti e la postura del corpo.

Una delle capacità che con la pratica il coach o lo psicoterapeuta acquisisce è la lettura del linguaggio del corpo e delle espressioni di base del volto. Se il discorso del cliente afferma un sentimento o un'attitudine che é in totale disaccordo con quanto sta dicendo, occorre indagare e andare a fondo. Da qui é facile immaginare che le tecniche più sofisticate sono state studiate, adottate e applicate nel mondo del lavoro e in ambito forense

I centri di studio e le università che si occupano di questa materia sono proliferati in tutto il mondo.

In Italia esiste un centro di ricerca, formazione e consulenza che collabora con l'Università di Trieste, il NeuroComScienze (http://www.lab-ncs.com).

Ecco come si descrivono:

 

Ti leggo in volto

Cosa stiamo comunicando quando arricciamo il naso? Perché si sgranano gli occhi? Cosa significa aggrottare le sopracciglia? Attraverso il volto esprimiamo le nostre emozioni, ma non sempre è così facile decodificarle. “Te lo leggo in faccia”, è un detto popolare. Capire invece con certezza gli intenti, i desideri e le motivazioni delle persone è una capacità meno comune che può però essere allenata grazie a NeuroComScience. Il laboratorio è il punto di riferimento in Italia sulle tecniche di analisi scientifica del comportamento non verbale. E non si tratta di fantascienza. Nel corso degli anni sono stati sviluppati da parte di numerosi studiosi diversi metodi e teorie sulla decodifica delle espressioni facciali e del linguaggio del corpo. Strumenti innovativi e utilissimi in determinate professioni e anche nella normale vita di relazione. Una marcia in più che ancora pochi conoscono e che può fare la differenza in moltissimi campi, dalla selezione del personale al coaching, dalla psicologia alla vendita, dalla criminologia al marketing. E si integra molto bene con le tecniche della pnl. Nell’ambito della selezione del personale, l’applicazione della tecnica di decodifica durante il colloquio migliora la precisione del profiling del candidato. Prezioso il contributo nel settore investigativo dove la tempestività è essenziale e permette di indirizzare le indagini verso un più rapido reperimento delle prove. Una metodologia testata, che dà immediati vantaggi competitivi e consente un risparmio di tempo e di risorse. Una utile conoscenza per migliorare tutti i rapporti interpersonali, da quello tra moglie e marito al manager che gestisce azienda e personale: riuscire a controllare anche il proprio comportamento non verbale aumenta la comunicazione persuasiva e il consenso tra i propri collaboratori. Il link del laboratorio NeuroComScience http://www.lab-ncs.com

 

Guido Valobra De Giovanni

 

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Il Basic Fault

(Foto: Faglia di Sant’Andrea – in inglese: San Andreas Fault – California)

“Guardatevi dall’aridità di una vita troppo occupata”

Socrate

 

Viene qui liberamente tradotta (nel senso che alcuni paragrafi vengono omessi per brevità) la prima stesura del testo Navigating the End Zone, così come venne distribuita agli studenti dell’Istituto IBP (Integrative Body Psychotherapy) di Santa Monica, California.
Ciò che viene contenuto in questo breve saggio è quindi protetto dal copyright INTEGRATIVE BODY PSYCHOTHERAPY ROSENBERG-KITAEN CENTRAL INSTITUTE ©

Il nostro Basic Fault si può definire come l’ interruzione principale del nostro benessere interiore e della sua costanza. Nel corso della vita questo tema, in gran parte generazionale, dell’infanzia, tende a diminuire, sminuire, erodere il senso che abbiamo di noi stessi, degli altri, e del mondo.

Un senso di vuoto – che spesso appare come malessere – é quello che noi proviamo e che risiede nel nucleo vitale della nostra umana esistenza.

Chiamiamo tale dilagante, penetrante, basilare condizione il Basic Fault.

E’ questa – cioè il Basic Fault – il nostro più grande ostacolo al cambiamento. Abbiamo speso l’ intera nostra esistenza a cercare di aggiustare, calmare o celare il nostro Basic Fault. Proviamo ad evitare di provare il dolore del Basic Fault evitando il silenzio, riempiendoci di occupazioni di ogni genere.

Per evitare questo senso di sconforto cerchiamo di ottundere e desensibilizzare la nostra mente e il nostro corpo. Senza tregua ci diamo da fare per evitare il nostro senso di sconforto con ricerche secondarie, comprando questo e quello, migliorando la nostra presenza fisica (il nostro look), aumentando la nostra conoscenza, ottenendo sempre più titoli accademici o certificati di competenza, ecc. Combattiamo per guadagnarci un po’ d’amore, cerchiamo di trovare sollievo attraverso il sesso, troviamo nuovi hobbies, o facciamo esercizio fisico. Oppure prendiamo medicine e andiamo in terapia per alleggerire la nostra psiche, o ci dedichiamo a pratiche religiose e/o spirituali per alleviare la nostra anima.

Tutto sembra aiutare, fino a un certo punto, per un po’ di tempo. Come il suono del cri cri di un grillo, questo dolore non ben identificato ci inganna facendoci credere che proviene da una certa fonte, poi da un’altra e un’altra ancora, rendendone difficile il riconoscimento.

Proprio nel momento in cui ci risvegliamo nella realtà che ci disvela che le precedenti tecniche protettive non hanno funzionato e non funzionano, il nostro basic fault si erge per diventare predominante. Il dolore, l’insicurezza

e la quantità di ramificazioni che porta con se finiscono con il sopraffare il nostro benessere.

Questo è il momento di guardare in faccia il nostro Basic Fault, per poterlo alleviare, per rimarginarne la ferita, e fare una pausa. Per aver la possibilità di raggiungere tale risultato, occorre prima arrivare a comprendere l’origine di questa nostra condizione. Il primo passo è superare i sistemi artefatti inventati per gestire i due temi principali della nostra esistenza, temi separati e nello stesso tempo intricatamente interconnessi.Un primo tema é quello ESISTENZIALE – SPIRITUALE, un secondo é quello PSICOLOGICO – RELAZIONALE. Il Basic Fault è il risultato dell’impigliarsi l’un con l’altro dei due temi, e della confusione tra i due. La condizione ESISTENZIALE – SPIRITUALE è la nostra eterna , per lo più inconscia, sensazione viscerale della nostra solitudine esistenziale, del nostro stato transitorio, di spazio vuoto. Il tema PSICOLOGICO – RELAZIONALE é l’espressione della nostra memoria emozionale della perdita, della solitudine e della mancanza d’energie percepita come un neonato nel momento in cui sente di non avere un genitore disponibile per poterne ricevere il senso di conforto e di sicurezza.Questo secondo tema proviene dall’espressione mnemonica delle nostre ferite emozionali, causate dall’imperfezione dei legami di attaccamento con la prima persona che si è occupata di noi – solitamente nostra madre.

Anche nella migliore delle condizioni famigliari/genitoriali, normali interruzioni di legame non possono non accadere. Tuttavia, tanto più fragile é stato il legame iniziale – quello più remoto nella nostra infanzia, quanto più intenso il nostro Basic Fault crescerà nel corso della nostra esistenza . Legare insieme i due temi, esistenziale-spirituale e psicologico-relazionale significa volerli mantenere entrambi così come sono, intatti. Se non li consideriamo come due esperienze distinte, non saremo in grado di risolvere effettivamente né l’uno né l’altro, o di raggiungere una condizione di rappacificazione.

Il Basic Fault rappresenta il dolore che sta alla base del nostro essere. Se non viene confrontato, il Basic Fault é destinato a formare un ciclo senza fine di ripetizioni di quel dolore. E’ quel dolore che si nasconde sotto tutti i nostri pensieri, credenze, paure, desideri e azioni.

Il Basic Fault è la radice e la base sotterranea dei nostri tipi di comportamento psicologico-relazionali, e di tutte le ferite emozionali che ne conseguono. Il Basic Fault perpetua, per il resto della nostra esistenza, quello che abbiamo appreso dalle nostre ferite più remote, quelle avvenute nel periodo neonatale. Il Basic Fault crea quelle credenze e quelle paure che proiettiamo sugli altri, e ci fa vedere gli altri come chi ci continua a ferire sempre nello stesso modo, nel vecchio modo di sempre. Purtroppo tale condizione appare e riappare proprio – e soprattutto – durante le relazioni più intime e profonde, quelle che ci sono più care. Il nostro tentativo di difesa è trovare sempre qualcuno che riesca a riaggiustare il nostro Basic Fault, i nostri mariti o mogli, i nostri amanti, amici, figli, terapeuti, persino i nostri animali domestici. La maggior parte dei tradimenti e le delusioni che proviamo durante la nostra esistenza si basano sugli inutili sforzi che dedichiamo a questo compito impossibile. Siamo propensi a credere che amore, relazioni, matrimoni saranno in grado di riparare il nostro Basic Fault Quando ci accorgiamo che non funziona ci sentiamo traditi, e perdiamo il senso della speranza e dell’amore. Nessuno può riparare il nostro Basic Fault per noi. E’ una prova che riguarda solo noi. Molti hanno tentato di identificare la fonte di questo dolore attraverso studi di filosofia, psicologia, studi spirituali e religiosi. Michael Balint, Morris Berman e diversi altri considerano questa condizione come psicologico-relazionale.

“Uno dei contributi più importanti a questa discussione, fu il volume pubblicato da Michael Balint, The Basic Fault, il cui titolo egli ritenne che fosse in grado di catturare l’essenza di tale condizione. C’é qui la possibilità di intendere un doppio significato: con il termine “fault”, Balint non intendeva solamente parlare di “errore”. La sua analogia era rivolta al significato di faglia, in senso geologico, una divisione, una spaccatura della crosta terrestre in grado di produrre terremoti nel momento in cui si producono condizioni di particolare tensione. Ma il Fault (faglia) é anche un Default (inadempienza): riguardo alla condizione umana, in un qualche modo, durante la primissima infanzia di molti di noi – se non di tutti noi – la persona che ci era pù vicino – di solito nostra madre – non fu in grado di muoversi in armonia con le nostre necessità. Quando ne avevamo bisogno, spesso non era presente, e altrettanto spesso si comportò in maniera intrusiva nel momento in cui avevamo bisogno di rimanere soli. In entrambi i casi ci fu una condizione di mancata corrispondenza, ciò che lo psicologo austriaco Otto Rank chiamò un caso di errato rispecchiamento (faulty mirroring), una condizione che tende ad essere la regola, piuttosto che l’eccezione. L’ “adattamento” tra il nostro primo ambiente umano e il nostro Sé si trovò ad essere fuori posto, e da quel momento in poi, le relazioni tra il nostro Sé e il mondo, tra il nostro Sé e gli altri, venne turbato. Questo riapparve nella nostra psiche come sensazione che qualcosa non andava, che qualcosa era mancante. Un crepaccio, un abisso o qualcosa di simile (il nemo di John Fowles) si era irrimediabilmente aperto nella nostra anima, e noi avremmo quindi speso il resto della nostra vita, solitamente in modo inconscio e obbligato, tentando di riempire tale abisso.L’enorme potere di questa sensazione di vuoto, come notato in precedenza, deriva dal fatto che il Basic Fault ha un fondamento biologico. E iscritto nel tessuto corporeo ad un livello primario. Il risultato è che non potrà mai essere eradicato totalmente. Per ritornare al livello base, dobbiamo rintracciare i passi della ontogenesi umana e capire cosa accade ai neonati della specie umana nel corso del loro sviluppo iniziale.

Morris Berman – Coming to our senses, Pp 23

La condizione psicologico-relazionale-emozionale del Basic Fault deriva dalla memoria interiorizzata di una ferita emozionale ricevuta durante l’infanzia. Questa spaccatura della percezione corporea del nostro sé, del senso di stabilità e speranza viene sviluppata in periodo neonatale, ed è, di solito, un tema generazionale.

La solitudine psicologico-relazionale nasce da una memoria di fondo, per la maggior parte inconscia, del senso di attaccamento che è stato lesionato durante l’infanzia.

Il dolore e l’insegnamento impartito da tale danno persiste e definisce il colore della maggior parte del nostro modo di percepire noi stessi, gli altri, e il mondo.

Questo vale anche per coloro che hanno goduto di una normale, amorevole e quotidiana attenzione parentale. Tuttavia quanto più è mancato l’affetto fisico e l’empatia della madre o di un adulto con il bambino (Empathic Attunement), tanto più devastante sarà il Basic Fault. Questo senso di malessere si troverà nascosto dietro ciascun pensiero o sensazione difettiva dell’adulto, ma raggiunge un livello conscio nel momento in cui ci si trova ad essere emotivamente instabili.

Dal momento che il nostro Basic Fault si sviluppa in un periodo pre-verbale, durante il primo periodo di vita, esso permea il nostro essere, il nostro corpo, ed é relativamente inaccessibile al pensiero lineare. Il nostro naturale bisogno di essere amati, desiderati, sorretti, validati é ciò che dà forza al dolore legato al Basic Fault.

La condizione Spirituale-Esistenziale deriva dall’umana, inconscia, viscerale nozione dei problemi legati all’esistenza, in particolare alla solitudine esistenziale. Tale sensazione può talora essere vissuta in forma di bisogno spirituale. La solitudine esistenziale é la nostra inspiegabile percezione sensoriale di ciò che potremmo chiamare lo spazio vuoto, la non-esistenza e transitorietà.

Tutto sta cambiando. Non c’è nulla a cui aggrapparsi. Nel nostro centro profondo, ci rendiamo conto dell’esistenza di un vuoto senza fine che non può essere colmato da nessuna delle nostre ordinarie esperienze.

Per tale ragione, lavoriamo innanzitutto con l’aspetto psicologico, e per agire con efficacia sui temi psicologici, dobbiamo agire sul nostro corpo perchè venga integrato e impiantato nel nostro essere.

[N.D.T.: Il nome della scuola, Integrative Body Psychotherapy, spiega quest’ultimo passaggio. Il neuropsicologo Antonio Damasio riflette, nel suo famoso testo “L’ Errore di Cartesio” sul grave errore che ha coinvolto il pensiero occidentale per secoli, ovvero la dualità corpo/anima, che considerava il corpo e l’anima due cose differenti e distinte. Questo non è né scientificamente, né psicologicamente vero, anche se la nostra esistenza sembra dividere il nostro essere in psiche e corpo. Per questo motivo molte scuole di terapia come questa oggi tendono a riportarci a connettere le nostre esperienze psicologiche con le sensazioni, o espressioni, del nostro corpo. Oltretutto, l’errore cartesiano sta alla base della nozione che una certa condizione “sia solo un problema di mente”, senza che il corpo non ne sia coinvolto. Tale nozione, che rimane alla base del concetto che un individuo si possa “dare una mossa e aggiustare i cattivi pensieri, o peggio, i grilli per la testa con una scrollata di spalle” è smentito dalla biochimica, dalla neurologia, dalla neurobiologia, dalla psico-neuro-immunologia, dalla psichiatria e dalla maggior parte delle scuole psicologiche].

(…) Per ora, un sistema veloce per indicare la nostra ben famigliare, infantile bugia dettata dal Basic Fault, quella bugia che ci ha ossessionato per tutta la vita:

Ciascuno di noi ha un tema ben famigliare, un tema emozionale, destabilizzante, personificato, che ci ha seguito durante tutta la vita. Andate indietro nella vostra memoria. Provate a scoprire se vi riesce, velocemente, senza pensarci troppo, identificare quel pensiero o quella sensazione che normalmente salta fuori quando i vostri sentimenti vengono colpiti, quando vi sentite tristi, giù di corda, quando vi sentite insicuri o contrariati.

C’é da sempre. E cosa dite a voi stessi? Il tema sottinteso è sempre quello, sempre lo stesso. Posate la mano sulla parte del vostro corpo dove generalmente sentite quello scombussolamento. Provate a vedere se vi riesce di esprimere questo pensiero/sensazione con una breve frase.

I temi più comuni sono: sono tutto solo, nessuno mi capisce, non c’é nessuno, devo sempre far le cose da me, non sono capace abbastanza, sono di troppo, sono cattivo, sono uno stupido, non è giusto.

Identificate il tema che vi è (più) proprio. Da quanto tempo tale Basic Fault vi ha rovinato l’esistenza? In che modo questo tema ha minato il senso che avete di voi stessi e il percorso della vostra vita? Quanta energia avete speso per cercare di compensare al vostro Basic Fault?

Quando il vostro Basic Fault viene attivato, è molto probabile che vi sentiate sostanzialmente cattivi, difettosi, immeritevoli…non importa quale sia la realtà, o quanto siate state bravi e quanto successo possiate aver raggiunto. Il sentimento che provate nel vostro corpo di esser soli, spesso un sentimento di annientamento, è il vostro Basic Fault. La menzogna, il pensiero fallace che che esso ripete all’infinito non è altro che la spiegazione, di tipo infantile che adottate per spiegare perchè siete soli. Per esempio: “Deve esserci qualcosa di sbagliato dentro di me”.

Nonostante si presenti in forma di unicità in ciascun soggetto, la natura del Basic Fault ha una dimensione universale. Come una faglia da terremoto, o una spaccatura sulla crosta terrestre, il Basic Fault è come una crepa nelle nostre fondamenta, dove si colloca la nostra vulnerabilità, e dove si concepisce una continua, implacabile violenza contro il senso interiore che abbiamo di noi stessi, che a sua volta danneggia le nostre relazioni intime.

Quando il nostro Basic Fault viene attivato, tendiamo a vedere dalla parte del torto gli altri o noi stessi.

I bambini piccoli tendono a credere che tutto in qualche modo li riguardi. Di conseguenza, se un parente non si comporta in modo amoroso e non è disponibile, pensano che sia colpa loro. Questo determina un sentimento inaccurato, che rimane bloccato per sempre entro il loro corpo, una sensazione di essere copevoli, cattivi o difettivi. Quel feeling che il bambino si é autocreato ed é diventato una auto-convinzione, verrà mantenuto con forza, anche se totalmente errato.

L’aspetto psicologico-relazionale del Basic Fault è talmente antico che la sua fallace, difettosa programmazione emozionale viene creduta come vera. Il Basic Fault viene perpetuato nel momento in cui ne interpretiamo il messaggio come una verità innegabile e ne facciamo la nostra guida oggi, adesso. Grazie a questo, crediamo con la massima fermezza che il nostro Basic Fault sia totalmente accurato nel valutare noi stessi e gli altri, nonché la vita in generale.

Invece, tale verità descrive unicamente la nostra ferita emozionale in relazione a colei o colui che per primo si é occupato di noi, e non ha nulla a che fare con chi siamo veramente. (…) Se si continua a trattare il tema suggerito dal Basic Fault come la verità nel tempo presente, questo manterrà la nostra essenza fuori equilibrio, specialmente nelle nostre relazioni intime.

Fintantoché non si confronta questo assalitore perpetuo del nostro benessere, esso continuerà a farci credere che le stesse cose che ci sono sempre accadute, continueranno ad accaderci. Il vostro Basic Fault è quell’eterno tema su cui tutte le successive ferite emozionali si tengono in equilibrio. Esso scatena tutte le paure, i desideri, le difese e le convinzioni risultanti da quelle vecchie ferite patite al principio della nostra vita. Ma se ci mettiamo a lenire le ferite più recenti senza sopire il nostro Basic Fault, l’intero lavoro terapeutico viene compromesso, rimanendo incompleto e insicuro.

Il tuo Basic Fault mina il tuo senso interno dell’io, la sua costanza e il suo benessere…tutte le volte che viene attivato. E’ imperativo che tu non dia alcun nutrimento a questo pensiero errato con l’agire, anche solo per un istante, come se fosse vero. Se anche solo per un momento assecondi il tuo Basic Fault, nutrendolo, questo acquisirà il potere di controllare la tua vita.

Se si provasse a far pace con i temi esistenziali della nostra vita (…) mentre il nostro Basic Fault è attivo, si andrebbe incontro ad una esperienza destabilizzante e a una visione distorta. Per affrontare l’aspetto esistenziale, è possibile sviluppare un luogo interiore a cui rivolgersi che sia sicuro, che si trovi al di fuori del tempo, un luogo della nostra essenza connesso con tutto il resto. Da quel luogo si potrà mantenere il proprio equilibrio nel momento in cui affrontiamo l’intensità di questo apprendimento. Si può sviluppare una zona non verbale dove sostenersi e osservare e alla fine accettare il ciclo dell’esistenza, e acquisire la nozione che la nostra solitudine esistenziale é condivisa da tutti noi, e quindi non siamo soli.

(…) Sviluppare un luogo all’interno del nostro essere che rimanga costante, stabile e credibile – ancorato al corpo. Conseguentemente, una volta in grado di constatare che l’aspetto psicologico del suo Basic Fault si auto-rigenera ma riguarda più la propria storia che le situazioni e le presone su cui lo proiettiamo, allora sarà più facile sostenere il nostro senso interno della costanza (del nostro io reale – N.d.T).

LCT nota:

Il Basic Fault si forma dunque in quello che la scuola IBP definisce Lo Scenario Primario, una situazione che ereditiamo, una situazione in cui ci veniamo a trovare durante il periodo del concepimento e subito dopo. Lo ereditiamo dai nostri genitori, in particolare da nostra madre, come lei lo ereditò a suo tempo.

A conti fatti, tutte le scuole di psicologia, in accordo con le loro teorie, si sforzano di aiutarci a convivere con il Basic Fault delineato nelle teorie della scuola dell’IBP senza che questo continui a governare, distruggendola, la nostra esistenza.

Questa è la traduzione di alcune note della prima stesura del trattato “The End Zone”, del Prof. Jack Rosenberg, fondatore dell’ Integrative Body Psychotherapy, Santa Monica, California, USA.

Certe ripetizioni concettuali sono quindi accettabili, e in un certo modo aiutano la comprensione dei concetti espressi in queste pagine. E’ stato liberamente tradotto nel senso che la traduzione non è stata approvata dall’autore, e alcuni paragrafi sono stati omessi per brevità. Tuttavia, cercando di rispettare al massimo il pensiero degli autori, ci è sembrata di fondamentale importanza la divulgazione di queste pagine.

Le foto e le citazioni al di fuori del testo sono un’aggiunta del blogger.

Guido Valobra de Giovanni

guidovalobra@lifecoachtorino.com

Tel: 3665324163

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“Scusi, che tipo di tecnica usa?”

Nel coaching personale, almeno per ora, non ci sono tante tecniche come, ad esempio, in psicoterapia.

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In  alcuni tra i miei articoli precedenti descrivo due o tre di esse. Tuttavia spesso ricevo questa domanda, a cui non so come rispondere, per il semplice motivo che non posso saperlo prima di aver incontrato e conosciuto il cliente, possibilmente di persona.

Come nella terapia breve, la “evidence based” per dirla all’anglosassone, il primo passo è scoprire cosa esattamente il cliente desideri raggiungere, in questo caso attraverso un percorso di coaching.

Talora il cliente lo ha ben chiaro in mente, talora crede di averlo chiaro in mente, talora non gli é chiaro. Insieme, coach e cliente si chiariscono le idee e una volta dichiarato un obiettivo, insieme costruiscono la miglior strategia per raggiungerlo.

La strategia, a questo punto, seguirà una certa tecnica, più o meno una certa tecnica, un’altra tecnica, più o meno un’altra tecnica.

Perché tutta questa vaghezza? Ma perché ogni cliente è un caso a sé, e ognuno di noi ha la sua testa, la sua capacità emotiva, il suo livello di motivazione, la sua situazione socio-ambientale.

Non si può sperare di meccanizzare il coaching più di tanto. Il coaching non è mai un percorso lungo come le psicoterapie (salvo forse la terapia breve). Ma per il periodo necessario, che varia da persona a persona, da problema a problema, occorre impegnarsi.

Non ci sono mai garanzie al cento per cento di successo, ma di sicuro si otterrà poco se non si può mantenere l’impegno, gl’incontri con il coach e le azioni da intraprendere al di fuori di tali incontri, nella vita di tutti i giorni.

Certo, ci saranno sempre momenti di insicurezza, paure, caduta della motivazione. Ma più si agisce e più si mantiene la motivazione, anche nel momento in appaiono nuovi ostacoli.
In generale il coaching non richiede particolare privacy. Anche se il lavoro vis a vis nello studio è preferibile, talora si può organizzare, in caso di mancanza di tempo, per telefono, per video chat, in un caffè. Ma occorre continuare, e FARE. Se il cliente non pensa di potersi impegnare il lavoro del coach diventa inutile. Il coach può aiutare a mantenere l’attenzione e la motivazione ma il cliente deve ESSERCI.

Un’altra domanda riguarda la lunghezza del periodo di coaching. Anche qui, dipende. Due incontri possono essere sufficienti, ed è molto raro che siano più di una ventina, se vi é genuina collaborazione.

Un obiettivo, almeno in linee generali dovrebbe avere le seguenti caratteristiche:

Specificità: obiettivi troppo nebulosi rischiano di far deragliare dalla strada maestra
Misurabilità: spesso un obiettivo presenta una certa complessità, per cui viene scomposto in vari obiettivi minori (o stadi), più facili da raggiungere. Raggiunti gli obiettivi minori n. 1,2,3,4,5 si può dire che che l’obiettivo principale è stato raggiunto. Specificità e misurabilità si sostengono l’una con l’altra: se il cliente vuole raggiungere un genere di vita più equilibrato, si dovrà ben presto chiarificare e definire cosa si intende con quel “più”.
Ottenibile: l’obiettivo deve essere ragionevolmente possibile, in sintonia con le capacità del cliente. Se così non è, l’obiettivo scelto non è il goal principale (ma può diventarlo in futuro dopo aver migliorato o aumentato, ove possibile, le capacità del cliente necessarie per ottenerlo).
Importanza: la motivazione non la si costruisce da zero. Un obiettivo costa dei sacrifici, e non si fanno sacrifici se non si vuole profondamente il raggiungimento di quell’obiettivo. Ovvero é qualcosa di cui si sente il bisogno. Per raggiungere quel “qualcosa” occorre adattarsi a dei cambiamenti. Se il piacere della routine, dello status quo é, sotto sotto, più allettante, molto probabilmente il cliente non avrà voglia di dedicarsi al raggiungimento del suo obiettivo. Alla prima complicazione deciderà che il gioco non vale la candela. Naturalmente è possibile che, almeno all’inizio, il cliente non si renda conto di quanto sia importante il raggiungimento di un determinato obiettivo, specie se l’obiettivo non è ancora ben definito. Insieme al coach sarà in grado di scoprirlo.
Tempo determinato: una volta definiti sia l’obiettivo, sia la strategia per raggiungerlo, occorre darsi un tempo, una scadenza. Obiettivi lasciati in uno spazio temporale indefinito fiaccano e appesantiscono lo spirito d’iniziativa e la voglia di cambiare. Il tempo per raggiungere l’obiettivo viene stabilito dal cliente e dal coach in modo che non sia irragionevolmente vicino o esageratamente lontano, e certamente in accordo con le necessità del cliente.

Seguendo questi princìpi di base, si può dare inizio a un cammino di coaching con risultati grandemente soddisfacenti.

Guido Valobra de Giovanni – Tel: 366 532-4163 – lifecoachtorino@gmail.com

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Convincere la gente che é un problema diverso dalla norma

Convincere la gente che é un problema diverso dalla norma

Il Deficit dell’Attenzione è un problema neurologico. Con una componente genetica. Va però distinto da altri problemi, sia nel bambino che nell’adulto.
I suoi sintomi vengono sempre sminuiti. “Quante storie, questi problemi succedono a tutti” oppure “dopo i cinquant’anni queste cose sono la regola”.
Molti dei sintomi del DDAI (ADHD) si presentano nella depressione, altri nel disturbo bipolare, o semplicemente in stati d’ansia o in periodi di particolare stress.
La differenza però esiste. Anche in periodi di tranquillità il soggetto affetto da DDAI presenta tali sintomi (vedi articoli precedenti su questo blog) e le conseguenze sono ben differenti.
Persone con notevole depressione sono in grado di portar avanti occupazioni talora anche stressanti e complesse. Chi è affetto da DDAI probabilmente non ci riuscirà anche con sintomi di ansia o depressione relativamente lievi. Verrà bocciato a scuola o perderà il lavoro.
Persone con problemi di management delle loro finanze possono anche rischiare di perdere capitali o proprietà, ma è più facile che sia una persona affetta da DDAI a finire sul lastrico.
A chiunque può capitare di ricevere una o più multe alla guida di un veicolo. Ma sono – più comunemente – i soggetti affetti da DDAI che si fanno sospendere la patente o creano più incidenti della norma. Certo esistono persone che sono piuttosto imbranate quando si mettono alla guida di un’auto. Il soggetto affetto da DDAI potrebbe anche apparire come un buon guidatore, ma molto probabilmente avrà molti più incidenti (e con danni dalle conseguenze e dai costi più alti) di quello che viene considerato “negato” per la guida.
La stessa differenziazione si presenta nei problemi di relazione con altre persone. Di certo avranno notevoli difficoltà in famiglia, con genitori e fratelli. Ma sarà molto dura anche con fidanzati, mogli, mariti (sì, non si parla solo di maschi). La risposta che nasce spontanea é: ma questo succede a tutti.
Risposta corretta. Tuttavia la percentuale di perdite di stima verso questi soggetti da parte di parenti, amici, la percentuale di separazioni e divorzi sono statisticamente assai più alti per i soggetti DDAI che per il resto della popolazione. Continui cambiamenti di occupazione, licenziamenti, spese esagerate, multe e sanzioni pecuniarie non aiutano nessuna relazione. Dimenticanze e disattenzioni continue suonano come mancanza d’interesse per il compagno o la compagna, mancanza di professionalità per colleghi e superiori, menefreghismo per i professori, povertà di carattere per amici e parenti.
Ma perchè tutto questo? Il problema, a mio giudizio, sta nascosto, per così dire, all’interno della difettosa regolazione dell’attenzione, caratteristica di questo disturbo. Il filosofo spagnolo José Ortega y Gasset affermava che vivere significa essere eccitati. I soggetti DDAI hanno un problema di caduta dell’eccitazione. Se i centri che controllano l’attenzione si accendono e spengono a loro piacimento, in qualche modo, con l’attenzione, anche l’eccitamento svanisce. Ma il nostro cervello ha bisogno di mantenersi eccitato, e questo necessita di attenzione, di focalizzazione. Se questa condizione svanisce il cervello reagisce e va alla ricerca di nuovi stimoli. Rivediamo il nome di questa malattia: deficit dell’attenzione con iperattività. Ma questa iperattività, da dove salta fuori? Ebbene, si tratta di un espediente che il sistema nervoso centrale forza nei soggetti DDAI per, diciamo, tirare avanti. L’essere sempre in movimento dei bambini DDAI, la ricerca continua di nuovi stimoli porta adolescenti e adulti a comportarsi in modi rischiosi. Il soggetto quindi si trova schiacciato dal rischio inerente alla disattenzione (o all’esagerata concentrazione), e il rischio della ricerca di nuovi stimoli quando si accorge che l’attenzione deve, in molti casi della vita, permanere per tempi considerevolmente lunghi.
Uno studioso californiano, il Dottor Ronald Rotz, non a caso intitola il testo sulle sue esperienze con soggetti affetti da DDAI Fidget fo Focus (Agitarsi per Concentrarsi). Rotz suggerisce di lasciare che questi soggetti trovino il loro sistema di mantenere la concentrazione più a lungo usando stimoli che tengano attivo il cervello attraverso input sensori. Lo studente deve cambiare stanza ogni pomeriggio, ogni tot ore per riuscire a concentrarsi sullo studio? Se funziona, che lo faccia.
Lo scrivente evidenziava con mille colori il testo dei libri di scuola, addirittura riscriveva in piccolo parte di paragrafi o interi paragrafi (un sistema di rilettura, dal momento che la rilettura spesso diventa una fatica quasi impossibile per uno soggetto affetto da DDAI).
Come adulto ho sempre cambiato sistemi di scrittura, colori di penne stilografiche, impaginazioni, fonts (ovvero caratteri di scrittura), pur di riuscire a continuare. Il ragazzo si concentra solo ascoltando Black Metal music attraverso gli auricolari del suo smartphone? Se funziona, ben venga tale strategia. Ci si concentra solo circondati dall’aroma di una candela profumata? Ottimo. Rimane però un problema. Queste strategie, nel soggetto DDAI, non dureranno a lungo. Più prima che poi dovranno inventare nuovi sistemi, il che é una bella fatica. Il cervello di ciascuno di noi è sensibile a certi stimoli e non altri. In più alcuni stimoli distraggono, spesso per lunghi periodi (ricordate che il deficit dell’attenzione è una difettosa regolazione dell’attenzione: o niente o troppo, e quasi sempre entrambi nei momenti sbagliati).
Tuttavia, se questi soggetti si sforzano di trovare aiuto per combattere la noia e la frustrazione della concentrazione mantenuta su azioni ripetitive, lasciateli fare. Ma sconsigliate loro di cercare impieghi come bibliotecari o impiegati delle poste o di banca, poiché dureranno molto poco, soffrendo loro e facendo soffrire il loro capufficio.

Guido Valobra de Giovanni – Tel: 366 532 4163

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Che cos’é il Deficit dell’Attenzione con (più o meno) iperattività

Definizione.

I disturbi mentali possono essere classificati secondo due differenti sistemi tassonomici: ICD-10 (Versione 2010), e DSM-V (2013). 

Dal momento che la seconda é la più recente, faremo riferimento soprattutto ad essa, dal momento che pare comprendere la definizione contenuta nell’ICD-10, con l’aggiunta di nuovi parametri diagnostici che rappresentano il risultato della ricerca degli ultimi vent’anni circa.

L’ADHD (Attention Deficit Hyperactivity Disorder) è l’acronimo inglese comunemente usato per indicare il Disturbo da deficit di attenzione e iperattività (acronimo italiano meno noto, DDAI). L’ADHD è un disordine dello sviluppo neuropsichico, caratterizzato non tanto da – come può far intendere il nome assegnato a questo disturbo – un deficit dell’attenzione, ma da una difettosa regolazione dell’attenzione. Tale difettosa regolazione dell’attenzione viene talora compensata con forme di comportamento iperattivo e compulsivo, in particolare nel bambino e nell’adolescente. I soggetti che ne sono affetti, contrariamente a quanto creduto fino ad una quindicina di anni fa, continueranno a soffrirne i sintomi per tutta la vita, pur con riaggiustamenti e compensazioni che riguardano la sfera dell’iperattività e della compulsività, ma anche spesso con aggravamento dei sintomi riguardanti la difettosa regolazione dell’attenzione.

2)   Cause.

Non si conoscono con certezza le cause.  L’unica cosa certa è che vi è una componente genetica (studi su gemelli omozigoti ed eterozigoti, studi famigliari). Quasi sempre esiste nell’ambito del nucleo famigliare del soggetto diagnosticato, qualcuno che è affetto dallo stesso problema.   Il disturbo ha quindi un’origine multifattoriale e i fattori in gioco possono essere distinti in:

• genetici

• perinatali

• psicosociali

• ambientali

• dietetici

• cerebrali

• neurobiologici

Tra i vari fattori che possono intervenire nello sviluppo dell’ADHD quelli sostenuti da una maggiore mole di dati scientifici sono i fattori neurobiologici. Nei pazienti con ADHD sono state evidenziate alterazioni del sistema dopaminergico sia a livello di struttura che di funzione in corrispondenza della corteccia frontale e dei nuclei della base, le cui funzioni sono modulate dai neurotrasmettitori dopamina, noradrenalina e serotonina. La dopamina risulta coinvolta nelle manifestazioni di scarsa attenzione e iperattività, la serotonina nell’impulsività, e la noradrenalina nell’aggressività. A riprova del probabile coinvolgimento dei sistemi dopaminergici e noradrenergici nel disturbo da deficit di attenzione e iperattività ci sono numerosi dati di letteratura che evidenziano effetti positivi sui sintomi clinici dell’ADHD da parte dei farmaci in grado di modulare i sistemi dopaminergico e noradrenergico.

I fattori di rischio ambientali non sembrano avere un’importanza decisiva nell’insorgenza dell’ADHD e per nessuno di essi esiste oggi la conferma scientifica di un nesso causale. Alcuni fattori quali la nascita prematura, traumi ostetrici e lesioni cerebrali (anche se nell’evidenza clinica sono riportati solo pochi di questi casi), l’uso di droghe, alcool e tabacco da parte della madre in gravidanza, l’esposizione a elevate quantità di piombo o pesticidi nella prima infanzia sono stati posti in associazione con l’ADHD

3)    Effetti sulle funzioni cognitive esecutive.

Le persone affette da ADHD di solito hanno capacità intellettive intatte o addirittura superiori alla media. Il loro grande problema è che non sono in grado di tradurre tali capacità in dati di fatto. Questo gap tra il sapere e il fare appare evidente quanto meno l’ambiente intorno al soggetto diviene meno strutturato dall’esterno, e quanto più le responsabilità personali acquisiscono maggior influenza sull’andamento positivo dell’esistenza del soggetto stesso.

Per questo è assai difficile diagnosticare tale disturbo prima dei 7 anni, in quanto il bambino molto spesso non ha avuto l’opportunità di trovarsi in un ambiente dove si presentino situazioni in cui deve sapersela sbrigare senza il supporto dell’ambiente esterno.

Che cosa si intende per funzioni cognitive esecutive, e per alterazioni di tali funzioni nell’ADHD?

Innanzitutto, la condizione triste dei soggetti con ADHD è che non sempre si trovano penalizzati nell’uso delle funzioni esecutive cognitive. Spesso sono in grado di farne uso molto bene, eccetto… quando tale uso si blocca. Tale condizione crea a queste persone problemi sempre più pesanti, con il passare degli anni, a livello sociale, accademico, lavorativo, e nella sfera delle relazioni personali.

Le funzioni esecutive più importanti che si trovano in un circuito che coinvolge  principalmente i gangli della base (Nucleo Striato) e la corteccia frontale e prefrontale, sono le seguenti:

Memoria di lavoro: l’essere umano usa tale tipo di memoria di continuo, per tenere a mente informazioni nel momento in cui memorizziamo ciò che è appena accaduto e lo mettiamo in relazione con il database della memoria a lungo termine, per poter elaborare pensieri che riguardano il futuro. I soggetti con ADHD si trovano ad avere l’uso intermittente di questa funzione.

Senso dello scorrimento del tempo: notevoli difficoltà ad accorgersi del passare del tempo, e di conseguenza a pianificare la propria esistenza in modo corretto.

Ricordare di ricordarsi: ricordarsi cose da fare o da completare dopo una interruzione che distrae.  Se il bambino interrompe i compiti a casa per riposarsi un poco e giocare con la play station, e i genitori non monitorizzano il tempo che vi dedica e non lo riportano con la mente al fatto che il compito a casa non è stato terminato, quel compito verrà molto probabilmente presentato incompleto alla maestra.

Auto-regolazione emozionale: il soggetto con ADHD ha tendenza ad esprimere le proprie emozioni in modo più forte (della media). Questi bambini sono più influenzabili e anche come adolescenti e perfino adulti possono avere reazioni che non tengono in conto delle prospettive e i punti di vista altrui.

Autoattivazione: tutti usano una certa quantità di auto-costrizione per portare avanti attività noiose e ripetitive. La fatica che però i soggetti con ADHD devono affrontare per portare avanti tali attività è talora impossibile da sopportare, pur essendo totalmente consci delle gravi conseguenze che ne possono derivare: rimbrotti, brutti voti, punizioni, bocciature, licenziamenti, perdita di rispetto da coetanei e persone in autorità, perdita di amici, compagni, fidanzate o fidanzati, mogli o mariti. Questa particolare funzione presiede a due qualità che vengono ampiamente premiate in tutte le società: fermezza e perseveranza. Chi non le possiede, rischia emarginazione ed ostracismo.

Prevedere possibili risultati nel futuro delle azioni compiute nel presente (facendo tesoro delle esperienze passate): è alla base delle azioni compulsive, insieme al difetto dell’auto-regolazione emozionale. Naturalmente non si può pretendere troppo dal bambino, ma si potrà comunque notare una differenza rispetto a coloro che non soffrono di ADHD. Man mano che il bambino cresce, questa cattiva regolazione porterà problemi. Il soggetto con ADHD reagisce troppo velocemente a uno stimolo, senza poter avere il tempo di accedere a memorie di esperienze passate o di predire conseguenze nel futuro.  Se nella prima parte della vita del bambino questa tendenza la si può far passare per istintualità innata, passando gli anni la tendenza ad interrompere prima di aver ascoltato la domanda intera, reagendo talora eccessivamente e con rabbia senza ponderare le conseguenze di tali azioni, porterà una serie di risposte negative a livello sociale. Occorre ricordare che questo non accade sempre, ma talora basta una volta per essere presi di mira da un insegnante, rovinare seriamente un’amicizia o finire licenziati o mobbizzati.

Secondo le teorie sull’inibizione della risposta elaborate da Russell Barkley e riportate da Ari Tuckman, contrariamente a forme di vita meno sofisticate che rispondono automaticamente agli stimoli dell’ambiente circostante, l’essere umano si differenzia per essere in grado di trattenere tale risposta automatica. Tale capacità crea un microspazio temporale che permette la valutazione di varie opzioni di risposta a un determinato stimolo per scegliere la migliore risposta, in relazione ad esperienze passate e possibilità future. Un esempio potrebbe essere la decisione inconscia di ignorare un improvviso rumore mentre ci si sta occupando di un qualcosa di più importante (compito a casa, seguire una lezione, terminare una relazione).

Questa è la chiave – quel microspazio temporale – di tutte le azioni esecutive che comportino un risultato quanto più possibile positivo e gratificante. Le funzioni esecutive superiori possono solo agire in quel microspazio temporale, quella minuscola pausa che si viene a formare tra stimolo e risposta.

I soggetti affetti da ADHD hanno questa capacità in qualche modo compromessa, seppur non di continuo. Quella micropausa talora viene soppressa. La chiave, è necessario sottolinearlo, sta nel termine “talora”, poiché sta a significare l’impossibilità di potersi appoggiare su tale funzione in maniera costante. L’ammonizione verso il bambino (o l’adolescente, o l’adulto) che gli intima “devi impegnarti di più” cade in un vuoto “neurologico”, poiché presto tale micorspazio, utile per la scelta della miglior risposta, sparirà di nuovo e il bambino (o l’adulto) non potrà farci nulla.

Una simile condizione, l’essere così vulnerabili a stimoli interni ed esterni (a cui si reagisce senza poter pensare alle conseguenze) sembra dare ragione al concetto di deficit dell’attenzione. Si è scoperto invece che non si tratta di un deficit dell’attenzione, ma di una regolazione difettosa dell’attenzione. I soggetti affetti da ADHD possono avere un’attenzione prolungata e inamovibile verso soggetti nuovi e di particolare interesse. Anche in questo caso appare come le funzioni superiori si attivino in modo intermittente, condizione che per secoli ha fatto pensare che questi soggetti possedessero un carattere egoista e maligno, o addirittura una totale mancanza di carattere.

Prova di ciò ne è il titolo del primo studio documentato su questo disturbo mentale, completato da G.F. Still nel 1902. Il titolo era: “Il disturbo da deficit della morale”.

L’attenzione non è, dal punto di vista neurologico, un’entità unica ma una funzione complessa, di cui si possono evidenziare almeno quattro principali sottofunzioni:

Attenzione Selettiva, con svincolamento da distrazioni

Attenzione Divisa, ovvero la capacità di rispondere simultaneamente a due o più stimoli

Spostamento o cambio di attenzione, ovvero la capacità di spostare intenzionalmente l’attenzione tra due o più sorgenti d’informazione

Mantenimento dell’attenzione, la capacità di mantenere l’attenzione su uno stimolo, anche con rinforzo minimo per il suo mantenimento.

La regolazione difettosa dell’attenzione si manifesta in due modalità differenti:

Spostare dell’attenzione troppo presto (quando sarebbe necessario evitare di occuparsi di altri stimoli passeggeri)

Mantenere l’attenzione fissa su uno stimolo per un tempo esageratamente lungo: il bambino è preso dal perfezionare il disegno che gli è stato assegnato per un tempo talmente lungo da non rendersi conto di non aver più tempo per gli esercizi di matematica (o viceversa, a seconda di quello che maggiormente attira il bambino). Stessa condizione avviene nell’adulto. Per esempio: preso dalla lettura e risposta alle email di inizio giornata, il soggetto non si rende conto di essere l’unico in ritardo per il meeting aziendale.

Il mondo esterno non è mai stato molto solidale con questi bambini, e men che meno con questi bambini quando diventano adulti.  La frase, pronunciata da un adulto, genitore, parente, insegnante: “E’ intelligente ma si ostina a non voler fare il suo dovere” dovrebbe essere considerata una “spia rossa” per iniziare un’indagine più approfondita della condizione del bambino a cui tale giudizio è diretto.

In generale, valutazioni errate si presentano principalmente sotto queste forme:

Attribuzioni errate sui bambini con ADHD (o DDAI)

• Decidono deliberatamente di non voler lavorare

• Fanno solo ciò che piace loro, quindi non meritano il mio aiuto perché quando si impegnano riescono come gli altri

• Sono così perché i loro genitori non li seguono a sufficienza

• Meritano di essere puniti per insegnare loro a calmarsi  8

• Sono cattivi perché non seguono le regole del comportamento e reagiscono negativamente verso i compagni

• A volte si comportano in quel modo solo per attirare l’attenzione della classe.

In realtà questi bambini…

• Non riescono a lavorare su uno stesso compito per un periodo prolungato…La loro motivazione diminuisce più rapidamente di quella degli altri

• Spesso sanno quello che dovrebbero fare ma non riescono a mettere in pratica le loro buone intenzioni

• La loro attenzione è controllata da stimoli esterni (il problema sta nel controllo interno dell’attenzione)

• Non sono cattivi, a volte reagiscono negativamente con gli altri perché non hanno sufficienti abilità per fare meglio

• Il loro comportamento non è diretto verso uno scopo preciso

La lista dei sintomi secondo il DSM-IV

Possiamo usare la penultima edizione, visto che la lista dei sintomi è pressoché inalterata nel DSM-V. Viene però cambiata l’età per la diagnosi, da prima dei 7 anni fino ai 17. In più viene accentuato maggiormente i perpetuarsi del disturbo nell’adulto. Riportiamo la versione commentata dall’AIDAI

Secondo il DSM-IV, per poter porre diagnosi di DDAI, un bambino deve presentare almeno 6 sintomi per un minimo di sei mesi e in almeno due contesti; inoltre, è necessario che tali manifestazioni siano presenti prima dei 7 anni di età e soprattutto che compromettano il rendimento scolastico e/o sociale.

Se un soggetto presenta esclusivamente 6 dei 9 sintomi di disattenzione, viene posta diagnosi di DDAI – sottotipo disattento; se presenta esclusivamente 6 dei 9 sintomi di iperattività-impulsività, allora viene posta diagnosi di DDAI – sottotipo iperattivo-impulsivo; infine se il soggetto presenta entrambe le problematiche, allora si pone diagnosi di DDAI – sottotipo combinato.

I 18 sintomi presentati nel DSM-IV sono gli stessi contenuti nell’ICD-10 (OMS, 1992), l’unica differenza si ritrova nell’item (f) della categoria iperattività-impulsività (Parla eccessivamente) che, secondo l’OMS, è una manifestazione di impulsività e non di iperattività.

A. Entrambi (1) o (2):

(1) sei (o più) dei seguenti sintomi di Disattenzione che persistano per almeno 6 mesi con un’intensità che provoca disadattamento e che contrasta con il livello di sviluppo:

Disattenzione

       (a) spesso fallisce nel prestare attenzione ai dettagli o compie errori di inattenzione nei compiti a scuola, nel lavoro o in altre attività;

        (b) spesso ha difficoltà nel sostenere l’attenzione nei compiti o in attività di gioco;

        (c) spesso sembra non ascoltare quando gli si parla direttamente;

        (d) spesso non segue completamente le istruzioni e incontra difficoltà nel terminare i compiti di scuola, lavori domestici o mansioni nel lavoro (non dovute a comportamento oppositivo o a difficoltà di comprensione);

        (e) spesso ha difficoltà ad organizzare compiti o attività varie;

       (f) spesso evita, prova avversione o è riluttante ad impegnarsi in compiti che richiedono sforzo mentale sostenuto (es. compiti a casa o a scuola);

        (g) spesso perde materiale necessario per compiti o altre attività (es. giocattoli, compiti assegnati, matite, libri, ecc.);

        (h) spesso è facilmente distratto da stimoli esterni;

        (i) spesso è sbadato nelle attività quotidiane.

(2) sei (o più) dei seguenti sintomi di Iperattività-Impulsività che persistono per almeno 6 mesi ad un grado che sia disadattivo e inappropriato secondo il livello di sviluppo:

Iperattività

        (a) spesso muove le mani o i piedi o si agita nella seggiola;

        (b) spesso si alza in classe o in altre situazioni dove ci si aspetta che rimanga seduto;

        (c) spesso corre in giro o si arrampica eccessivamente in situazioni in cui non è appropriato (in adolescenti e adulti può essere limitato ad una sensazione soggettiva di irrequietezza);

(d) spesso ha difficoltà a giocare o ad impegnarsi in attività tranquille in modo quieto;

        (e) è continuamente “in marcia” o agisce come se fosse “spinto da un motorino”;

        (f) spesso parla eccessivamente;

Impulsività

        (g) spesso “spara” delle risposte prima che venga completata la domanda;

        (h) spesso ha difficoltà ad aspettare il proprio turno;

       (i) spesso interrompe o si comporta in modo invadente verso gli altri (es. irrompe nei giochi o nelle conversazioni degli altri).

B. I sintomi iperattivi-impulsivi o di disattenzione che causano le difficoltà devono essere presenti prima dei 7 anni.

C. I problemi causati dai sintomi devono manifestarsi in almeno due contesti (es. a scuola [o al lavoro] e a casa).

D. Ci deve essere una chiara evidenza clinica di una significativa menomazione nel funzionamento sociale, scolastico o lavorativo.

E. I sintomi non si manifestano esclusivamente nel corso di un Disturbo Generalizzato dello Sviluppo, Schizofrenia o altri Disturbi Psicotici oppure che non siano meglio giustificati da altri disturbi mentali (es. Disturbi dell’Umore, Disturbi Ansiosi, Disturbi Dissociativi o Disturbi di Personalità).

Codice basato sui tipi:

314.01 Disturbo da Deficit Attentivo con Iperattività, Tipo Combinato: se il criterio A1 e A2 è stato riscontrato negli ultimi 6 mesi.

314.00 Disturbo da Deficit Attentivo con Iperattività, Tipo Disattento: se il criterio A1 ma non il criterio A2 è stato riscontrato negli ultimi 6 mesi.

314.01 Disturbo da Deficit Attentivo con Iperattività, Tipo Iperattivo-Impulsivo: se il criterio A2 ma non il Criterio A1 è stato incontrato negli ultimi 6 mesi.

Patologie concomitanti e Diagnosi Differenziale

Tantissimi bambini e tantissimi adulti possono presentare molti dei sintomi e delle disfunzioni elencate precedentemente. Tuttavia la diagnosi richiede documentazioni e osservazioni assai più ampie. La più importante osservazione riguarda la risposta a domande di base di uno studio comportamentale:

Dove

Come

Quando

Durante quali circostanze

Un bambino deve presentare i sintomi del disturbo che sia a casa, a scuola, in vacanza, in una biblioteca o dai nonni. Se i sintomi appaiono in un ambiente ma non in un altro, la causa non è l’ADHD. Se i disturbi si presentano solo in specifiche circostanze, non è l’ADHD. Se si presentano solo in certi orari del giorno ma non in altri, non è l’ADHD.

Di conseguenza, un’indagine corretta dovrebbe percorrere il seguente iter:

• anamnesi personale e familiare

• raccolta di notizie da persone non familiari ma comunque vicine al bambino o al ragazzo (es. insegnante)

• intervista diagnostica strutturata

• valutazione medica

• osservazione diretta

• somministrazione di scale di valutazione dei sintomi

• valutazione cognitiva

• valutazione dell’andamento scolastico

valutazione funzionale (se necessaria)

Le possibili patologie concomitanti riguardano innanzitutto disturbi dell’apprendimento come la dislessia e la discalculìa. La depressione e problemi di socializzazione sono quasi sempre presenti come risultato delle difficoltà a cui il bambino (o l’adolescente, o l’adulto) va incontro a causa dei problemi che si vengono a creare nell’ambiente in cui vive.

Nell’adolescenza si si vengono a formare disturbi della personalità (più facilmente borderline e antisociale, ma certo non esclusivamente). L’alta percentuale di abbandono degli studi tra questi soggetti e la concomitante difficoltà a mantenere un lavoro stabile o una relazione stabile, li porta facilmente ad azioni di rivalsa verso la società, in particolare se provengono da famiglie problematiche. Altre patologie (bipolarismo, pisicosi) possono anche essere presenti.

Terapie (e controversie correlate)

Esistono gruppi che ancora negano l’esistenza di questa malattia, o addirittura ritengono che sia stata inventata dalle case farmaceutiche che producono in farmaci per il trattamento dell’ADHD.  Occorre quindi puntualizzare che:

Una miriade di studi indipendenti ha confermato che si tratti di un disturbo neuro-fisiologico del sistema nervoso centrale.

Non è  “diventato di moda”, è sempre esistito, ma solo negli ultimi anni si è arrivati a poterlo definire, individuare e diagnosticare con cura dettagliata.

Senza ombra di dubbio, nei bambini è stato diagnosticato in maniera esagerata e spesso sconsiderata, e sono stati di conseguenza somministrati farmaci potenzialmente pericolosi a soggetti che non avrebbero mai dovuto riceverne. Al contrario, nelle bambine e negli adulti è stato diagnosticato molto meno di quanto non siano i soggetti affetti nella società.  Di conseguenza, le statistiche che danno questo disturbo come quasi unicamente maschile non sono corrette.

I farmaci (Ritalin, Adderall, Strattera) se somministrati ai soggetti che realmente sono affetti da ADHD, sono un aiuto assolutamente fondamentale. I farmaci che possono essere dannosi per un soggetto non affetto da ADHD, possono letteralmente cambiare la vita di bambini che ne soffrono (o adolescenti o adulti). La risposta ad amfetaminici farmaceutici di un cervello con disfunzione del circuito dopaminico tipo quello presente nell’ADHD è totalmente differente da quello di un cervello “normale”.

I farmaci non bastano. Devono essere sempre coadiuvati da psicoterapia e/o coaching terapeutico.

Esistono indubbiamente casi in cui tali farmaci possono essere molto pericolosi (malattia bipolare concomitante, ipertensione nell’adulto).

Non bastano diete particolari per trattare l’ADHD, anche se diete sane ed equilibrate non possono che giovare (come a chiunque).

Oltre al mito delle ditte Farmaceutiche che si sono inventati una malattia che non esiste per poter vendere più pillole, esiste l’idea che tale malattia sia la causa di cattivi genitori che hanno dato a questi bambini una cattiva educazione. Si tratta, per l’appunto, di pura mitologia. Che poi esistano medici che per tornaconto personale prescrivano a casaccio le pillole per il trattamento dell’ADHD, è un problema di altro genere, e non riguarda certo solo le medicine per il trattamento dell’ADHD.

Altri scettici affermano che, nell’arco della vita, praticamente tutti hanno periodi più o meno lunghi di stress in cui presentano i sintomi dell’ADHD, di conseguenza non esiste un tale disordine. Ma la diagnosi di ADHD è basata sulla persistenza di sintomi che continuano per tempi che vanno ben al di là di specifiche circostanze, creando danni e deterioramento talora molto gravi e continuati nella vita dei soggetti che ne soffrono.

La società moderna, con le sue disfunzioni, la mania per i gadget elettronici o altro non sono la causa dell’ADHD. Possono però peggiorare, talora gravemente i sintomi dell’ADHD. Nell’adulto, l’era del computer ha messo a nudo i limiti di tante persone con ADHD. In passato, professionisti affetti da ADHD sono stati salvati da efficienti e pazienti segretarie, che tenevano loro aggiornati e al passo con impegni, appuntamenti e scadenze, permettendo loro di fare una carriera che altrimenti sarebbe stata quasi impossibile nelle condizioni attuali in cui la responsabilità delle loro agende è tutta sulle loro spalle (attraverso l’uso del computer, appunto).

Alcuni ritengono che l’ADHD, in un passato lontano, all’alba dell’umanità, fosse una forma di adattamento selettivo. Per i cacciatori, il movimento e il farsi distrarre da stimoli improvvisi era in realtà utile per la loro condizione, contrariamente che per gli agricoltori, per cui un’attitudine verso la routine e la ripetizione si dimostrava più utile. Teoria interessante, ma che potrebbe rivelarsi utile solo per gli Yanomamo dell’Amazzonia, nel caso qualcuno di loro fosse affetto da ADHD. Nel resto dell’umanità, e da molto tempo, questo fantomatico adattamento del cervello umano ha smesso di essere utile. Nel mondo d’oggi produce caos, ansia, stress, isolamento, solitudine, incomprensione, fallimento. Non è quindi un dono ma un problema estremamente serio.

L’ADHD, quindi, una volta correttamente diagnosticato, deve essere trattato nel soggetto che ne soffre.  Negare l’importanza di tale trattamento, rischia lasciare indietro persone socialmente utili e di sprecare talenti e intelligenze di cui la società intera potrebbe beneficiare.

References

ADHD. (n.d.). Retrieved July 14, 2014, from

http://www.pharmamedix.com/patologiavoce.php?pat=ADHD&vo=Definizione

AIDAI Associazione. (n.d.). Retrieved July 14, 2014, from http://www.aidaiassociazione.com/

Barkley, R. A., Murphy, K. R., & Fischer, M. (2008). ADHD in adults: What the science says. New York: Guilford Press.

Diagnostic and statistical manual of mental disorders: DSM IV-TR.

(2000). Washington, DC: American Psychiatric Association.

Hallowell, E. M., & Ratey, J. J. (1995). Driven to distraction: Recognizing and coping with attention deficit disorder from childhood through adulthood. New York: Simon & Schuster.

ICD10 Version:2010. (n.d.). Retrieved July 14, 2014, from

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Tuckman, A. (2009). More attention, less deficit: Success strategies for adults with ADHD. Plantation, FL: Specialty Press.

Guido Valobra de Giovanni – Tel. 366 532 4163 – lifecoachtorino@gmail.com

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Quando il Coach perde la bussola

Devo incominciare con il chiedere scusa a coloro che mi hanno seguito negli anni passati.
Vi è stato un lungo silenzio e questo blog è rimasto senza pubblicazioni per dieci mesi.
Tanto mi ci é voluto per ricominciare a riprendermi da una perdita importante (e non intendo una perdita alla roulette).
Piano piano mi sono ripreso, e dopo aver ponderato a lungo ho deciso che, senza omettere di aiutare chiunque richieda i miei modestissimi consigli sui problemi più classici del coaching, mi dedicherò in particolare al coaching delle persone affette da Deficit dell’Attenzione con Iperattività.
Contrariamente a quello che ancora molti credono, é stato stabilito che tale problema (un problema neurologico del Sistema Nervoso Centrale) non si riaggiusta da solo diventando adulti, ma rimane per tutta la vita. A seconda del soggetto, i sintomi possono migliorare o peggiorare, ma non spariranno mai completamente.
Non è quindi un disturbo dell’infanzia ma un disturbo che avviluppa l’intero ciclo della vita. Non è un disturbo dei bambini maschi, ma di tutti, maschi e femmine. Ed è un disturbo che fu diagnosticato a me all’età di 47 anni e che mi ha creato ostacoli e sofferenze che avrei tranquillamente potuto evitare, sia nella sfera degli affetti personali così come nella carriera, se non ne fossi stato affetto.
Ma prima di dedicarmi ad aiutare il prossimo praticamente, occorre che questo problema neurologico venga compreso, e la sua comprensione divulgata adeguatamente.
Si presume che un 5% della popolazione ne sia affetta. Queste persone hanno davanti a loro il rischio di una vita desolante, con un’alta percentuale di abbandono precoce degli studi (anche perché spesso appaiono in contemporanea altri disturbi dell’apprendimento, dislessia, disgrafia, discalculia), ribellioni verso la società con comportamenti antisociali, dipendenze da droghe (principalmente anfetamine, poiché molti sintomi inizialmente migliorano), alcol, precoce carcerazione, sviluppo di stati ansiosi, depressione, disturbi della personalità.
Sotto questo aspetto, lo scrivente può ritenersi fortunato. Tuttavia se tale diagnosi mi fosse stata rivelata in era pre-adolescenziale, e trattata di conseguenza, di certo la mia vita sarebbe stata assai differente. II dolore e l’umiliazione sono parte dell’esistenza di ciascuno di noi, ma quando esistono degli handicap che ci fanno sudare tre volte di più per ottenere gli stessi risultati di coloro che ci stanno intorno, e per di più si viene anche colpevolizzati per i sintomi che tale disturbo produce (l’handicap non si vede e non viene riconosciuto) allora l’esistenza si colora di problematiche assai peculiari. Per questo molti si votano alla ribellione asociale. Io, nella lunga ricerca (e tentativo di comprensione) di me stesso, ho scelto una professione che si prefigge di portare aiuto e sostegno agli altri. Ritengo sia giunto il momento di aiutare i meno fortunati che si trovano a lottare quotidianamente, spesso vanamente, contro qualcosa che non conoscono, ma di cui non hanno colpa alcuna: il Deficit dell’Attenzione con Iperattività (DDAI in Italia, ADHD nei paesi di lingua anglosassone).

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Il Diario Pubblico e Quello (assai più utile) Privato

Io ho due siti su Facebook, uno professionale e uno personale.  Mi è impossibile non notare che spesso rappresentano due caratteri molto diversi. Non dico che la differenza sia estrema come nella novella di Stevenson (Lo Strano Caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde), ma certo la pagina professionale è, ovviamente, moderata, mentre quella personale spesso prende la strada dello sfogo personale verso quelle cose che fanno salire la rabbia, quelle cose che raramente sono la causa vera – primaria – della rabbia. Questo perché nelle cose umane i rapporti di causa ed effetto non sono così semplici. La doppia pagina Facebook potrebbe anche essere una soluzione per rimanere bilanciati nel mondo reale – anche se prima o poi qualche “amico” Facebook si arrabbierà. Tuttavia, oltre un certo limite, sfogarsi su Facebook non si può. Il vecchio sistema del diario personale é quindi una soluzione più funzionale.

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Anzi, siccome il trattenersi – parliamo per iscritto,  su un diario privato – quando uno ha bisogno di sfogarsi,  non è per niente giusto, forse è meglio lasciare da parte Facebook. (anche se esistono dei sistemi di rendere privato anche il diario Facebook).

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Se siete furiosi con la vostra compagna o compagno, è meglio scrivere tutto quello che vorreste dirle in faccia in una pagina di diario, piuttosto che rischiare di umiliarla o umiliarlo e poi sentirsi schiacciati dalla colpa.  Stesso vale per quel rognoso del capo ufficio. Notate bene che non sto suggerendo il piegarsi di fronte a palesi ingiustizie o mancanze di rispetto, ma di evitare di iniziare la madre di tutte le guerre contro chi vi sta davanti.

Il diario privato, però, serve come aiuto solo se imparate a sfruttarlo a tutto campo.

Per tantissimi anni ho voluto fare l’intellettuale e scrivevo praticamente solo su cose inerenti alla letteratura, all’arte, alla scienza e alla politica. Facevo commenti sui commenti, e cancellavo quello che non mi sembrava sufficientemente ben scritto, con stile letterario “alto” e grondante di citazioni altrui, come se le stesse cose scritte da me non avessero alcun valore, solo perché ero il signor nessuno. Questo è un modo sbagliato di scrivere il diario, se lo si vuole usare come strumento di aiuto terapeutico.

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Un altro modo che non consiglierei è la cronaca un tantino pedante delle azioni solite che si compiono regolarmente durante il giorno: “Svegliato, sbarbato, fatto colazione con caffelatte e biscotti, scelto camicia pulita a righe…eccetera”. Tuttavia, se vi dovesse portare beneficio, non vi è nulla di male, fintantoché trovate rilassante il racconto delle vostre routine – e non vi limitate alle routine.

Niente preoccupazioni riguardo a grammatica, stile e punteggiatura. Se preferite un tipo di penna ad un altro, va benissimo (non matita, quello che scrivete deve rimanere, contro ogni tentazione di correzione: non è un compito a casa, o una relazione per l’ufficio, ma è per voi soltanto, e nessun altro deve leggerlo senza il vostro permesso1, e se volete totale libertà non vi consiglio di leggerlo a nessuno).

Uno dei miei maestri, il Professor Jack Rosenberg, suggerisce di prendere in mano il diario ogni giorno, anche se non si ha voglia di scrivere nulla, annotando magari soltanto la data del giorno. Sarebbe buona cosa scrivere subito prima di dormire, quando si è sonnolenti, e poi appena prima di alzarsi dal letto. Personalmente ritengo che vada bene qualsiasi momento, basta che se ne faccia uso. Rosenberg insiste soprattutto per la scrittura appena svegli, per annotare i sogni, che svaniscono dalla nostra memoria alla minima distrazione.

“E chi ha tempo” direte voi “di scrivere i sogni la mattina, quando ci si deve catapultare in bagno per lavarsi e correre al lavoro?”.  Non è necessario scrivere tutta la storia. Una serie di parole “chiave” in sequenza (la sequenza temporale del sogno) può spesso bastare per far ritornare in mente il sogno stesso. E non perdete tempo ad interpretarlo, serve solo a conoscere meglio la vita del vostro subconscio, o come dice Rosenberg, ad “onorare l’esistenza di quella parte di noi che si chiama subconscio”. Quindi osservatelo con curiosità e interesse, ma senza dargli connotazioni negative o positive.

Acquistate un quaderno molto solido, in modo che non sia facile strapparvi le pagine. Perchè? Rileggendo il vostro diario potreste provar vergogna, stizza, pena, senso di colpa per cose che avete scritto in passato, così tanto da voler distruggere quelle annotazioni. Questo è controproducente. Nel vostro diario siete liberi di dire e fare tutto quello che preferite, ma cancellare o distruggere quei vostri stati d’animo, quelle vostre espressioni di un tempo é l’unica cosa che non dovete fare. Potete invece studiare quelle pagine e scoprire che valore possono avere i vostri momenti passati oggi, oppure se e come sono stati causa di emozioni che legano eventi del passato remoto al passato prossimo o al presente, e come i primi possono eventualmente influenzare i secondi.

Sono incazzata neraNon spaventatevi se eventuali connessioni chiarificatrici non vi saltano agli occhi immediatamente.  Se vedete solo una serie di sfoghi o commenti senza particolari connessioni se non la causa immediata che vi ha portato a scriverli sul diario, non c’é nulla di male. Se avete pazienza salteranno fuori e imparerete a scoprire CHI SIETE VERAMENTE.

Fondamentale è l’annotare non solo eventi spiacevoli, brutti o stressanti, ma anche i momenti piacevoli, gioiosi o eccitanti, altrimenti avrete un’idea sbilanciata della vostra esistenza e di quello che vi muove dentro, nel bene e nel male e in tutte le varie sfumature che stanno nel mezzo. Quindi non svalutate i momenti positivi.

Per la cronaca giornalistica una notizia è solo una cattiva notizia. Per la cronaca della vostra vita, dei vostri pensieri, sentimenti ed emozioni, questa regola non vale nulla.

Se incominciate a notare delle azioni o reazioni che continuano ad apparire con una certa regolarità, magari partendo da tempi remoti che vi sono tornati alla superficie della memoria, non significa che non siete in grado di cambiare o che tale modello di comportamento rappresenta esattamente quello che siete. Limitatevi a notare la cosa senza maledirvi perché continuate a fare il passo che vorreste evitare.

Cercate di ricordare invece in che stato vi trovavate quando avete agito in quel modo, cosa vi era successo nelle ore o giorni precedenti. Annotate anche come reagisce il vostro corpo a questa e quella situazione, imparate legate le espressioni del vostro corpo alle varie situazioni. Annotate le sensazioni del vostro corpo mentre rileggete e magari scoprite qualcosa d’interessante.

In altre parole, il diario deve servire ad imparare a conoscere cosa realmente vi muove, nel bene e nel male, nella gioia e nella tristezza, o vi lascia indifferenti, senza criticarvi o esaltarvi, odiarvi o considerarvi meglio di tutti. Infine imparate a riconoscere i segni del corpo, le sue risposte.

In questo modo sarete in grado di “sbloccare” le semplici connessioni di causa-effetto, quelle che precedentemente ho sottolineato come assai più complicate di quelle che appaiono lì per lì (esempio: mi ha tagliato la strada e anche se m’arrabbio raramente, questa volta gli ho strombazzato e persino inseguito con la voglia di fare a botte, perché questo l’ha fatto apposta….. Com’é che proprio oggi vi siete infuriati, visto che di solito non ve la prendete più di tanto?)

Sentitevi totalmente liberi di scrivere, disegnare, attaccare tutto quello che volete alle pagine di quel diario. Potete scrivere in forma di lettera a questa o quella persona, moglie, marito, padre, figli, madre, capo ufficio, presidente della repubblica. Oppure come lettera a voi stessi, o a una persona immaginaria, un vostro alter ego, o una persona che avete visto al supermercato anche per un secondo. O a una persona morta. Potete scrivere per aforismi, commentare la citazione di qualcun altro, attaccare come in un collage una foto che vi ha colpito, una foto scattata da voi, o quello che più vi piace. Non abbiate paura di essere volgari, sdolcinati, noiosi, rabbiosi, razzisti, oltranzisti (o creativi). Meglio scrivere questo e quello sul diario piuttosto che agire nel mondo, ferire qualcuno che vi sta in fondo a cuore – o che vi sta molto, molto a cuore – o da cui magari dipendete.

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(Traduzione: C’é un’enorme quantità di libertà che ti viene incontro quando non prendi più nulla personalmente  –  Don Miguel Ruiz)

 Ricapitolando:

  • Se siete troppo furiosi, fuori della grazia di Dio – o troppo depressi – fate un poco di esercizio fisico prima di scrivere il diario. Andate su e giù per le scale di casa, fate flessioni, e fate una serie di respiri profondi – possibilmente con una sedia vicino.
  • Libertà assoluta di espressione e di stile o non-stile (quello che viene a seconda del momento).
  • Scrivete quello che vi colpisce nel positivo e nel negativo, e cercate di ricordare come ha risposto in quel momento il vostro corpo (nodo alla gola, calore alle guance, senso di micro-punture alla punta delle dita, peso allo stomaco, senso di schiacciamento al petto o soffocamento, senso di perdita di peso, eccetera).
  • Quando il diario è uno sfogo, puo’ essere anche in forma di lettera “aperta” verso la persona con cui desiderate sfogarvi, in forma di rabbia, insulto, critica, confessione, commento, analisi, complimenti, dichiarazione di amore o guerra. E può essere chiunque. Anche qualcuno che non c’é più.
  • Se potete annotate i sogni, belli, brutti, noiosi, erotici, eccetera. Siate stenografici – solo parole chiave che seguano la cronologia del sogno – se avete fretta.
  • Non cancellate ciò che avete annotato in passato, non strappate pagine contenenti cose che oggi vi ispirano vergogna.
  • Il diario non siete voi, ma un mezzo per capire meglio quello che vi succede nell’esistenza. Voi siete una cosa ben più complessa! Quindi niente giudizi su di voi a partire da quello che rileggete, specie quei giudizi – pericolosi perché sempre sbagliati -che partono da un fatto, un evento o un sentimento per allargarsi a comprendere tutta vostra personalità o addirittura la vostra essenza, mente e cuore. Questo è un errore grave. Il diario serve a studiarvi, osservare voi e il mondo o voi nel mondo, non a maledirvi o esaltarvi.
  • Trattenetevi dal condividere il vostro diario con chiunque, specie moglie, marito, figli, padre, madre, fidanzato, fidanzata. Ma anche amico del cuore, amica del cuore. Se così farete, presto vi sentirete non più liberi. Non cedete a questa tentazione. Se qualcuno vi tratta da cospiratori, non fatevi venire il dubbio che forse non è giusto, o peggio che forse è veramente una forma inconscia di cospirazione. Provate a spiegare che non è fatto per cospirare contro qualcuno ma per aiutarvi a vivere meglio.  Non è detto che vi capiscano, ma ciò non toglie che è un vostro legittimo diritto.

1 Il discorso “tra di noi non ci devono essere segreti” non è accettabile sia che provenga da una madre, da un padre, da fratelli o sorelle, sposo o fidanzato, amico o amica.  A nessuna età. Qualcuno, a causa di una educazione dove non venivano posti limiti, potrebbe non capirlo. Dove potete, avete diritto a fare rimostranze ben chiare, se vi si richiede di condividerlo o scoprite che qualcuno ve lo ha letto. Se non avete la forza di imporre i vostri paletti, dovrete nasconderlo, o metterlo sotto chiave – e senza sensi di colpa (perché sono gli altri che stanno invadendo senza diritto il vostro privato, che siano genitori, fidanzati, fratelli o sorelle maggiori o minori, mariti o mogli).

Guido E. Valobra de Giovanni – Tel: 366 532 4163

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