Life Coaching – Essere apprezzati…o no?

Il bisogno di essere apprezzati

Diceva William James, il padre fondatore della psicologia in America, che il desiderio più profondo della natura umana è il forte, fortissimo desiderio di essere apprezzati. Ieri, su questo sito, mi è stato richiesto di scaricare un’applicazione per il mio iPod. Si chiama My Calendar e tutto quello che fa e ricordarti i compleanni di tutte le tue conoscenze su Facebook. E’ evidente che chi ha inventato tale applicazione conosce la natura umana, e il nostro potente bisogno di essere notati, apprezzati, e non per particolari motivi, per la nostra posizione professionale o sociale. Soltanto e unicamente come persone, esseri umani. Come dire “Sono qui, così come sono, né più né meno…Fatemi sentire apprezzato, fate che non sia invisibile”.

Tutto bene, se non fosse che più dipendiamo dall’essere apprezzati e riconosciuti dagli altri per sentirci vivi e visibili, più siamo a rischio, perché spesso viviamo in mondi dove gli apprezzamenti sono distribuiti con il contagocce o addirittura non vengono considerati se non come una leziosità totalmente inutile.

E allora? Il problema viene da lontano. Perché pochi di noi hanno imparato fin da bambino a saper apprezzare se stesso. Pochi di noi hanno avuto un’infanzia e un’adolescenza in cui si sentivano certi di non perdere l’amore dei genitori anche quando sbagliavano, o quando si accorgevano di essere molto diversi da loro. Perché è così che si impara ad auto-appprezzarsi, per quello che si è, per quel centro vitale buono con cui tutti noi nasciamo. Se abbiamo imparato ad apprezzarci e amarci con tutti i nostri limiti, e il nostro essere diversi dal prossimo, allora possiamo sopravvivere senza essere incatenati dall’insicurezza, e dall’ansia che l’accompagna. In questo modo ci liberiamo da quel controllo emotivo esterno che, quando ci viene a mancare, è come se ci togliessero le stampelle dopo che ci siamo rotti una gamba.

A questo punto mi direte: “Buono a sapersi, ma non è affatto facile imparare ad apprezzarsi ed amarsi per quello che si è, per quel un diritto inalienabile che ogni essere umano possiede, in quanto persona unica e irripetibile”. Mi è sempre stato spiegato che, per essere apprezzati, o si ha la fortuna di possedere certe qualità come dono di natura, o o si deve sudare per ottenere degli apprezzamenti, che spesso ci vengono negati, perché non si è mai bravi abbastanza, talentosi abbastanza…..” Il risultato di questa condizione , cioè la necessità di sentirici apprezzati, quando apprezzamenti e lodi diventano sempre più rari, è che ci sentiamo perennemente in colpa di non essere meritevoli, di non essere abbastanza.

La Colpa senza un chiaro motivo

Come il protagonista del romanzo di Franz Kafka, “Il Processo”, viene svegliato una mattina, in camera sua, nel suo letto, da due poliziotti che gli notificano che verrà processato, senza dargli nemmeno lontanamente una vaga idea sul motivo dell’azione giudiziaria, anche noi siamo stati abituati che la colpa è sempre certa, non importa riguardo a cosa, e che non esiste assoluzione. Come afferma un personaggio dello stesso libro di Kafka, quando fa notare al protagonista che, per quanto riguarda la storia delle delibere del tribunale, sul fatto che ci sia stata qualche sentenza d’assoluzione, esistono solo leggende! In altre parole, siamo stati educati ad essere il nostro più implacabile critico e accusatore, inesorabili pubblici ministeri di noi stessi, in un processo in cui l’avvocato difensore, se c’é, è un timidone incapace che se ne sta sempre zitto. Vi è qualcosa nella nostra mente che, quando le cose non vanno bene (ma talora anche quando vanno bene, sabotandoci i successi) ci manda sotto processo con prove indiziarie, in un tribunale il cui giudice ha già deciso di dar ragione alla pubblica accusa.

Nel film di Stanely Kramer “Il Processo di Norimberga”, l’ex ministro della giustizia del Terzo Reich, condannato all’ergastolo, riceve la visita, nella scena finale, del giudice americano che lo ha appena condannato. Il ministro fa una domanda al giudice: “Certo abbiamo avuto delle colpe gravi fin dall’inizio, ma…tutti quei morti, quelle montagne di cadaveri…com’è potuto succedere?” E il giudice, seccamente gli risponde: “Avrebbe dovuto capire cosa stava succedendo la prima volta che le capitò di entrare in un’aula di tribunale avendo già deciso la sentenza”. Questo esempio è per far notare che se ci fosse presentato il tipo di processo a cui ci sottoponiamo continuamente (all’interno della nostra psiche) in un contesto sociale reale, c’indigneremmo pensando che si tratta dell’espressione di una brutale dittatura. Eppure, quando si tratta di noi, automaticamente accettiamo una tale conclusione come ovvia e ineluttabile.

Il blocco interno verso il cambiamento

La prima cosa di cui ci si deve rendere conto, interpellando un life coach, è questa nostra condizione, che spesso ci fa scartare l’idea di un cambiamento, perché probabilmente non facciamo la cosa giusta, perché già sappiamo che un sacco di gente sarà delusa dal nostro comportamento, ci disapproverà, criticherà negativamente e troverà che stiamo facendo una sciocchezza e che non sappiamo a cosa andiamo incontro. Certamente abbiamo ragione a pensare che deluderemo un sacco di gente che ci criticherà senza complimenti, e talora con cinismo e rabbia. Ma non è di loro che abbiamo bisogno. E non è di loro che dobbiamo aver paura, ma di quella nostra radicata paura che ci dice: “Se perdo l’apprezzamento e il rispetto degli altri, allora non valgo più granché, forse nulla…non sono più nulla”.

Guido Valobra de Giovanni – Tel. 366 532 4163

http://www.lifecoachtorino.com/index.html

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