“Scusi, che tipo di tecnica usa?”

Nel coaching personale, almeno per ora, non ci sono tante tecniche come, ad esempio, in psicoterapia.

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In  alcuni tra i miei articoli precedenti descrivo due o tre di esse. Tuttavia spesso ricevo questa domanda, a cui non so come rispondere, per il semplice motivo che non posso saperlo prima di aver incontrato e conosciuto il cliente, possibilmente di persona.

Come nella terapia breve, la “evidence based” per dirla all’anglosassone, il primo passo è scoprire cosa esattamente il cliente desideri raggiungere, in questo caso attraverso un percorso di coaching.

Talora il cliente lo ha ben chiaro in mente, talora crede di averlo chiaro in mente, talora non gli é chiaro. Insieme, coach e cliente si chiariscono le idee e una volta dichiarato un obiettivo, insieme costruiscono la miglior strategia per raggiungerlo.

La strategia, a questo punto, seguirà una certa tecnica, più o meno una certa tecnica, un’altra tecnica, più o meno un’altra tecnica.

Perché tutta questa vaghezza? Ma perché ogni cliente è un caso a sé, e ognuno di noi ha la sua testa, la sua capacità emotiva, il suo livello di motivazione, la sua situazione socio-ambientale.

Non si può sperare di meccanizzare il coaching più di tanto. Il coaching non è mai un percorso lungo come le psicoterapie (salvo forse la terapia breve). Ma per il periodo necessario, che varia da persona a persona, da problema a problema, occorre impegnarsi.

Non ci sono mai garanzie al cento per cento di successo, ma di sicuro si otterrà poco se non si può mantenere l’impegno, gl’incontri con il coach e le azioni da intraprendere al di fuori di tali incontri, nella vita di tutti i giorni.

Certo, ci saranno sempre momenti di insicurezza, paure, caduta della motivazione. Ma più si agisce e più si mantiene la motivazione, anche nel momento in appaiono nuovi ostacoli.
In generale il coaching non richiede particolare privacy. Anche se il lavoro vis a vis nello studio è preferibile, talora si può organizzare, in caso di mancanza di tempo, per telefono, per video chat, in un caffè. Ma occorre continuare, e FARE. Se il cliente non pensa di potersi impegnare il lavoro del coach diventa inutile. Il coach può aiutare a mantenere l’attenzione e la motivazione ma il cliente deve ESSERCI.

Un’altra domanda riguarda la lunghezza del periodo di coaching. Anche qui, dipende. Due incontri possono essere sufficienti, ed è molto raro che siano più di una ventina, se vi é genuina collaborazione.

Un obiettivo, almeno in linee generali dovrebbe avere le seguenti caratteristiche:

Specificità: obiettivi troppo nebulosi rischiano di far deragliare dalla strada maestra
Misurabilità: spesso un obiettivo presenta una certa complessità, per cui viene scomposto in vari obiettivi minori (o stadi), più facili da raggiungere. Raggiunti gli obiettivi minori n. 1,2,3,4,5 si può dire che che l’obiettivo principale è stato raggiunto. Specificità e misurabilità si sostengono l’una con l’altra: se il cliente vuole raggiungere un genere di vita più equilibrato, si dovrà ben presto chiarificare e definire cosa si intende con quel “più”.
Ottenibile: l’obiettivo deve essere ragionevolmente possibile, in sintonia con le capacità del cliente. Se così non è, l’obiettivo scelto non è il goal principale (ma può diventarlo in futuro dopo aver migliorato o aumentato, ove possibile, le capacità del cliente necessarie per ottenerlo).
Importanza: la motivazione non la si costruisce da zero. Un obiettivo costa dei sacrifici, e non si fanno sacrifici se non si vuole profondamente il raggiungimento di quell’obiettivo. Ovvero é qualcosa di cui si sente il bisogno. Per raggiungere quel “qualcosa” occorre adattarsi a dei cambiamenti. Se il piacere della routine, dello status quo é, sotto sotto, più allettante, molto probabilmente il cliente non avrà voglia di dedicarsi al raggiungimento del suo obiettivo. Alla prima complicazione deciderà che il gioco non vale la candela. Naturalmente è possibile che, almeno all’inizio, il cliente non si renda conto di quanto sia importante il raggiungimento di un determinato obiettivo, specie se l’obiettivo non è ancora ben definito. Insieme al coach sarà in grado di scoprirlo.
Tempo determinato: una volta definiti sia l’obiettivo, sia la strategia per raggiungerlo, occorre darsi un tempo, una scadenza. Obiettivi lasciati in uno spazio temporale indefinito fiaccano e appesantiscono lo spirito d’iniziativa e la voglia di cambiare. Il tempo per raggiungere l’obiettivo viene stabilito dal cliente e dal coach in modo che non sia irragionevolmente vicino o esageratamente lontano, e certamente in accordo con le necessità del cliente.

Seguendo questi princìpi di base, si può dare inizio a un cammino di coaching con risultati grandemente soddisfacenti.

Guido Valobra de Giovanni – Tel: 366 532-4163 – lifecoachtorino@gmail.com

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